Il nuovo grido d'allarme dell'Unione Ristoranti del Buon Ricordo

Pubblicato il 12 gennaio 2021 alle 18:32

Il nuovo grido d'allarme dell'Unione Ristoranti del Buon Ricordo

L'Unione lancia un nuovo appello per una ristorazione unita e denuncia una situazione sempre più drammatica

L’Unione Ristoranti del Buon Ricordo, la prima associazione fra ristoratori nata in Italia, nel 1964, di cui fanno parte un centinaio di locali, torna ad evidenziare con forza l’assoluta criticità del settore e la mancanza di chiari e concreti interventi e linee guida che possano scongiurare il tracollo dell’intero comparto. E lancia un appello all’intero mondo della ristorazione e della somministrazione.

Con i suoi 57 anni d’età, l'unione raccoglie a sé un centinaio di insegne, di cui una decina all’estero e ha per obiettivo la salvaguardia e la valorizzazione delle tante tradizioni e culture gastronomiche del nostro Paese, accomunando sotto l’egida della cucina del territorio  ristoranti e trattorie di campagna e di città, dal Nord al Sud. Come abbiamo già raccontato in questo articolo, a caratterizzare ciascun ristorante, e a creare fra loro un trait d’union, è oggi come un tempo il piatto-simbolo dipinto a mano dagli artigiani della Ceramica Artistica Solimene di Vietri sul Mare su cui è effigiata la specialità del locale, che viene donato agli ospiti in memoria di una piacevole esperienza gastronomica da ricordare.

Il grido d'allarme

"Il primo grido d’allarme l’abbiamo lanciato lo scorso 30 marzo 2020 - dice Cesare Carbone, presidente dell'Unione del Buon Ricordo -  Il secondo è datato 22 aprile 2020. Il terzo, che speravamo fosse l’ultimo, il 16 maggio 2020. Ormai non c’è più tempo. Il nostro Mondo, il Mondo della ristorazione italiana di qualità, oramai è esausto.
11 mesi sono trascorsi dall’inizio della pandemia,11 mesi durante i quali la nostra categoria ha accettato di chiudere a ripetizione le proprie attività in nome della salute.
Noi ristoratori abbiamo un cuore e lo abbiamo dimostrato. Le briciole dei ristori, quando sono arrivate, sono state proprio tali. Abbiamo accettato anche il gioco dei colori, delle aperture e chiusure per salvare il Natale, poi per salvare gennaio, poi…?
"

E continua: "Purtroppo la realtà dei fatti ha dimostrato che non erano i locali pubblici i portatori di contagi. Tutti sappiamo che pranzare in un ristorante è più sicuro che farlo in una mensa aziendale. Allo stesso modo le resse nei supermercati e l’affollamento dei posti di lavoro non possiamo credere che siano meno pericolose. Ci è voluto del tempo ma tutti ora, noi e i nostri clienti, abbiamo capito che la scelta di chiudere determinati settori è stata una scelta di comodo. Guarda caso sono i settori nei quali è unanimamente riconosciuta la professionalità e la passione per il proprio lavoro. Settori abituati ad abbassare la testa e lavorare.
In nome di questo il governo ha pensato che avremmo digerito ogni cosa, lamentandoci, scrollando la testa ma poi rifugiandoci, per la sopravvivenza, in forme inutili economicamente come asporto e delivery. Tutto giusto. Tutto vero. La passione va oltre ogni ragionamento logico. Così è stato. Con il risultato che tanti di noi sono alla canna del gas!
ORA BASTA. Il vaso è colmo. Ci mancava solo l’invito ad aprire le nostre attività per 2 giorni per poi chiuderle nel week end, per poi colorare di nuovo l’Italia di giallo e arancione limitando o vietando il nostro lavoro in modo quasi sadico, per completare la presa in giro.
"

E conclude: "Questo è il nostro pensiero. Il mondo della somministrazione cosa ne pensa? Noi ci siamo. È tempo di essere uniti e far sentire la nostra voce".

Per ulteriori informazioni (e i comunicati di marzo, aprile e maggio), visita il sito o contatta l'associazione a: info@buonricordo.com. 

Photo Credits: pagina Facebook Unione dei Ristoranti del Buon ricordo 

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scritto da:

Irene De Luca

Agenda, taccuino, registratore e macchina fotografica. Attenta alle nuove tendenze ma pur sempre “old school inside", vago alla ricerca di ispirazioni, di colori, di profumi nuovi per raccontare una Milano che poi tanto grigia non è.

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