Il gelato di una volta a Torino: prima delle catene, delle file fuori dalle gelaterie e dei gusti da social
Pubblicato il 7 giugno 2026
Dove sono Grom, Mara dei Boschi, Ottimo, Papalele e tutte le altre gelaterie che negli ultimi anni hanno fatto parlare di sé? Da nessuna parte. Per una volta abbiamo deciso di ignorarle. Non perché non siano buone, anzi. Ma perché questo articolo parla di altro. Parla del gelato di una volta, delle insegne che esistevano a Torino quando internet non c’era, quando la vaschetta da portare a cena dagli amici non era ancora una consuetudine e quando la domenica, se si andava a trovare qualcuno, era più facile presentarsi con un “cabaret” di pasticcini che con un chilo di crema e nocciola.
La storia del gelato a Torino è molto più antica di quanto si possa immaginare. Prima ancora delle gelaterie esistevano le ghiacciaie, grandi costruzioni sotterranee dove durante l’inverno venivano accumulate neve e ghiaccio destinati a durare fino all’estate. Grazie a queste riserve era possibile preparare sorbetti e dessert freddi già nei secoli passati. Nella Torino sabauda del Settecento le creme ghiacciate erano considerate una raffinatezza da servire nei caffè eleganti frequentati da nobili, politici e viaggiatori.
Nell’Ottocento arrivarono nuove tecniche di lavorazione e numerosi maestri gelatai provenienti soprattutto dal Sud Italia. In parallelo cresceva la tradizione piemontese del cioccolato e della nocciola, destinata a dare vita a uno dei gusti simbolo della città: il gianduja. Nel Novecento il gelato smise di essere un privilegio per pochi e diventò un rito popolare. Le gelaterie si trasformarono in luoghi di ritrovo per famiglie, coppie di giovani fidanzati e ragazzi in cerca di una merenda estiva. Alcune di quelle insegne sono ancora qui e continuano a raccontare un pezzo di Torino.

Se esiste una gelateria che rappresenta la storia torinese del gelato, quella è Pepino. Tutto inizia nel 1884 quando Domenico Pepino apre la sua attività in città. Il successo è tale da portare l’azienda a diventare fornitrice della Real Casa. Ma il nome Pepino è legato soprattutto al celebre Pinguino, il gelato ricoperto di cioccolato brevettato nel 1939 e diventato un’icona nazionale. Sedersi ancora oggi ai tavolini di piazza Carignano significa concedersi un piccolo viaggio nella Torino di un tempo.
Piazza Carignano 8, Torino

Molto prima che il gelato diventasse una moda, Fiorio era già uno dei locali più celebri della città. Aperto nel Settecento sotto i portici di via Po, fu frequentato da aristocratici, politici e protagonisti del Risorgimento. Qui il gianduja è molto più di un gusto: è un pezzo di identità torinese. Del resto pochi prodotti raccontano il Piemonte come l’incontro tra cacao e nocciola che ha dato origine a questa specialità. Oggi Fiorio ha più sedi, quella storica si trova in via Po.
Via Po 8, Torino

Per molti torinesi il nome Miretti è associato ai ricordi dell’infanzia. Un’insegna storica che continua a proporre il gelato artigianale secondo una filosofia fatta di semplicità, qualità e rispetto della tradizione. In una città che cambia continuamente, resta uno di quei luoghi che sembrano appartenere a più generazioni contemporaneamente.
Corso Matteotti 5, Torino

Ci sono insegne che raccontano da sole la propria storia. Quella di Silvano recita semplicemente “il gelato di altri tempi”. Dal 1960 questa gelateria di via Nizza continua a essere un punto di riferimento per chi cerca gusti tradizionali e un’atmosfera che conserva il sapore delle estati torinesi di una volta. Qui la nostalgia non è una strategia di marketing: è una lunga storia di continuità.
Via Nizza 142, Torino

Dal 1938 Testa accompagna la vita del quartiere Crocetta. La sua fama è legata tanto al gelato quanto alla celebre panna chantilly che da decenni completa coppe e specialità della casa. È uno di quei posti che ricordano come la gelateria fosse anche un luogo dove fermarsi, sedersi e concedersi una pausa, non soltanto un acquisto veloce da consumare passeggiando.
Corso Re Umberto 56, Torino

La storia del gelato italiano passa inevitabilmente dalla Sicilia, terra che nei secoli ha perfezionato l’arte delle granite e dei sorbetti. Siculo rappresenta questo legame profondo tra Torino e la tradizione meridionale del gelato. Un indirizzo che ricorda come molte delle migliori storie gastronomiche italiane nascano dall’incontro tra territori diversi.
Via San Quintino 31, Torino
C’è un’ultima domanda che vale la pena porsi. Che fine hanno fatto la banana split, la pesca Melba, le coppe servite nei bicchieri di vetro, la montagna di panna montata e le cialde infilate come una bandiera sulla cima del gelato? Per decenni sono state parte integrante dell’esperienza. Oggi sopravvivono in pochi locali (buona parte di quelli citati in questo articolo le propongono) e rischiano di sembrare reperti archeologici.
Forse il gelato di una volta non era necessariamente migliore di quello di oggi. Ma era diverso il modo di viverlo. Ci si sedeva, si chiacchierava, si prendeva tempo. E forse è proprio questo l’ingrediente che manca più spesso nelle nostre estati frettolose.
scritto da:
Laureata in filosofia, racconta da anni Torino partendo dai suoi tavoli: ristoranti e locali dove cucina, vino e miscelazione diventano linguaggio. Frequenta cucine, sale e banconi con curiosità e spirito critico, osserva chi li anima e chi li attraversa, poi mette tutto nero su bianco.