Ci sono storie che non iniziano con un business plan, ma con mani sporche di terra, sveglie all’alba e sogni custoditi in silenzio tra le botti. Storie che profumano di mosto, di cemento umido e di vendemmie vissute come feste di famiglia.
Quella della cantina Marulli è una di queste.

A Copertino, nel cuore del Salento, Vito e Francesca Marulli sono cresciuti tra filari e cisterne, osservando prima il nonno e poi il padre trasformare l’uva in vino, imparando quasi per osmosi un mestiere che è diventato identità. Nel 1975 c’erano solo poche vasche, qualche botte e tanta determinazione. Oggi, a cinquant’anni di distanza, quella piccola realtà artigianale è diventata un punto di riferimento del territorio, senza mai perdere il legame profondo con le proprie radici.
Perché per i Marulli il vino non è solo produzione: è memoria, famiglia, racconto. È un modo per custodire Copertino e portarne il nome nel mondo, bottiglia dopo bottiglia.
Li abbiamo incontrati nell’anno del loro cinquantesimo anniversario per farci raccontare com’è nata questa storia e cosa significa, oggi, continuare a viverla ogni giorno tra vigna e cantina.

La prima immagine è quella di un luogo quasi vuoto, essenziale, lontanissimo da ciò che si vede oggi. Quando siamo entrati qui per la prima volta non c’era nulla di tutto questo: niente tecnologia, niente grandi spazi attrezzati. Solo una cantina nata nel ’75, fatta di cose semplici e concrete. C’erano vasche in cemento sopraelevate, cisterne interrate sotto terra, sei botti in legno che non servivano per l’affinamento ma per custodire il vino e qualche piccolo serbatoio da una quindicina di ettolitri.
Era tutto lì. Pochi strumenti, tanta manualità e ancora più sogni. Ma in quel vuoto c’era già tutto: la fatica, l’intuizione e la voglia di costruire qualcosa che durasse nel tempo. Per noi, ancora piccoli, era solo una grande distesa per giocare. È da quell’immagine semplice che è iniziata la nostra storia.

La scintilla è arrivata in modo semplice, quasi naturale. Crescendo, a un certo punto ci siamo fermati e ci siamo fatti una domanda che prima o poi tutti si pongono: cosa vogliamo fare davvero da grandi?
La nostra fortuna è stata quella di avere genitori che non ci hanno trasmesso solo un mestiere, ma una passione autentica, qualcosa che ti entra dentro e non ti lascia più. Così ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito che volevamo scommettere su quella storia, sulla nostra storia.
Abbiamo scelto di dare continuità al lavoro iniziato da nostro nonno e portato avanti da nostro padre, di custodirlo e allo stesso tempo farlo crescere. Era un modo per dare valore al sacrificio di chi è venuto prima di noi, ma anche per far conoscere il nostro nome, il nome di famiglia, e renderlo motivo di orgoglio.
Più che un progetto imprenditoriale, è stata una scelta di cuore. E da lì è cominciato tutto.
Marulli e Copertino, per noi, sono la stessa cosa. Non potremmo raccontare l’azienda senza raccontare il luogo in cui siamo nati e cresciuti. Siamo un’azienda profondamente radicata nel territorio: qui abbiamo le nostre radici, qui abbiamo imparato il mestiere, qui ogni giorno continua la nostra storia.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di legare la cantina al paese in modo indissolubile, quasi a doppia mandata. E lo abbiamo fatto nel modo che ci sembrava più autentico: attraverso i nomi dei nostri vini. Ogni etichetta non è solo un prodotto, ma un frammento di memoria, un pezzo di Copertino che rivive.
Alcuni vini portano il nome di luoghi storici del paese. Corte Saggese, ad esempio, è un’antica corte nel cuore del centro storico, uno di quei posti dove il tempo sembra essersi fermato. Malassiso, invece, era l’antica porta d’ingresso alla città, poi demolita alla fine dell’Ottocento per far spazio alle attuali Colonne di San Sebastiano.
In fondo, il nostro obiettivo non è solo raccontare il vino, ma raccontare il territorio. Ogni bottiglia è un modo per dire da dove veniamo, per far conoscere Copertino anche a chi non c’è mai stato, e per portare un pezzo della nostra casa nel mondo.

È cambiato tantissimo, quasi radicalmente. Un tempo la qualità era affidata soprattutto all’esperienza, all’intuito, alle mani: si lavorava con quello che si aveva, con strumenti semplici e tanta conoscenza tramandata di generazione in generazione.
Oggi, invece, la tecnologia ha trasformato il modo di fare vino. Ci sono controlli più precisi, attrezzature moderne, studi continui che permettono di seguire ogni fase della produzione con un’attenzione impensabile cinquant’anni fa.
Noi, però, non abbiamo mai voluto scegliere tra passato e futuro. Abbiamo preferito unire le due cose: mantenere viva la tradizione, i metodi, il rispetto per la materia prima e per i tempi della terra, ma affiancarli all’innovazione.
È proprio questo equilibrio che ci ha permesso di crescere: restare fedeli alla nostra identità, migliorando allo stesso tempo la qualità anno dopo anno. Perché il vino, per noi, deve evolversi, ma senza perdere la sua anima.
Sì, senza dubbio: la vendemmia.
C’è un momento preciso, ogni anno, che per noi è sempre lo stesso. La mattina presto, quando entriamo in cantina e l’aria è ancora fresca, ti arriva addosso quel profumo intenso di mosto e fermentazione. È un odore inconfondibile, che non cambia mai. E ogni volta è come se aprisse un cassetto dei ricordi.
Ci riporta indietro nel tempo, a quando c’erano nostro nonno e nostro padre. Li abbiamo visti fare il vino prima di noi, li abbiamo osservati, imitati, imparato da loro. Poi, quasi senza accorgercene, siamo passati dall’altra parte: oggi quel vino lo facciamo noi.
In fondo siamo cresciuti qui dentro. In cantina non solo si lavorava: ci giocavamo, era il nostro cortile, la nostra casa.
E la vendemmia non è mai stata solo lavoro, ma anche festa. Coincideva con lo stesso periodo della festa patronale, e per noi ragazzi era un momento speciale. Gli amici, anni fa, venivano ad aiutarci a raccogliere l’uva per guadagnare qualcosa e mettere da parte i soldi per quei giorni di festa. Era fatica, sì, ma anche risate, confusione, vita.
Per questo, ancora oggi, quando sentiamo quel profumo, non pensiamo solo al vino. Pensiamo alla famiglia, all’infanzia, alle radici. Pensiamo a casa.

Paradossalmente è qualcosa di molto semplice, ed è una cosa che racconto spesso durante le degustazioni.
Quando si parla di vino si tende sempre a raccontare la parte più bella, quella romantica: i filari al tramonto, la vendemmia, il profumo del mosto, la magia della cantina. È la parte bucolica, quella che affascina tutti. Ma quella, in realtà, è solo l’ultimo passo.
Dietro a un bicchiere di vino c’è una vita intera passata in vigna e in cantina. E la vigna, soprattutto, è quella che ti chiede di più. Ti ruba tempo, energie, sonno.
D’estate le giornate iniziano quando fuori è ancora buio: si entra in vigna alle cinque del mattino, a volte anche prima. Ricordo che da ragazzo facevo tardi come tutti i ventenni, uscivo con gli amici, vivevo la mia vita. Però sapevo che, qualsiasi cosa succedesse, la sveglia sarebbe suonata alle quattro e mezza. Magari con due o tre ore di sonno, ma dovevo esserci. Perché la vigna non aspetta.
E poi c’è l’incertezza continua. Lavori un anno intero e basta un attimo per perdere tutto: una grandinata, una gelata improvvisa, una malattia della pianta. Quest’anno, ad esempio, la gelata ha colpito le vigne di Chardonnay e ci ha dimezzato il raccolto. È una lotta costante con la natura, e non sempre vinci tu.
La cantina, in confronto, è quasi più ordinata, più prevedibile: una volta che l’uva arriva lì, segui il processo, controlli, accompagni il vino. Ma la vera sfida è fuori, tra i filari.
Forse è proprio questo che è difficile da spiegare: il vino non è solo poesia. È sacrificio, costanza, responsabilità quotidiana. È una scelta che fai ogni giorno, prima ancora che sorga il sole. Eppure, nonostante tutto, non la cambieresti con niente al mondo.

Il nostro Malassiso sarebbe una persona generosa, accogliente, di quelle che ti abbracciano con calore al primo incontro. Ma allo stesso tempo avrebbe uno sguardo profondo, quasi severo, un’eleganza austera che si fa rispettare.
Questo perché nasce dall’anima solare e avvolgente del Negroamaro, che regala ampiezza e morbidezza, ma è arricchito da un 30% di Montepulciano, che gli dona struttura, profondità e un carattere più rigoroso. È proprio questo equilibrio tra generosità e fermezza a definirlo.
Non è un vino immediato o frettoloso: è uno di quelli che si prendono il loro tempo. Non a caso è una delle due etichette della cantina che riposa più a lungo, sostando per circa quattro anni prima di essere messa in commercio.
Come certe persone di una volta, ha bisogno di maturare, di formarsi con calma. Ma quando arriva nel bicchiere, porta con sé tutta la sua storia, la sua complessità e una personalità che non si dimentica facilmente.

Il sogno, in realtà, è uno solo. Ed è semplice, ma per noi significa tutto.
Siamo partiti davvero da zero, con un progetto molto chiaro in testa: riuscire, un giorno, a mettere in bottiglia ogni singolo grappolo che nasce dalle nostre vigne. Trasformare tutta la nostra uva nel nostro vino, senza dover rinunciare a nulla, seguendo ogni fase, dall’inizio alla fine.
Oggi siamo circa a metà strada. Abbiamo fatto tanto, ma non ancora abbastanza. E forse è proprio questo che ci tiene in movimento: sapere che c’è ancora spazio per crescere, per migliorare, per completare quello che abbiamo iniziato.
Più che un traguardo economico, è una questione di identità. Vogliamo che ogni bottiglia parli solo e soltanto di noi, della nostra terra e del nostro lavoro.
Finché non ci riusciremo al cento per cento, avremo sempre un motivo per alzarci la mattina e continuare a crederci.
La parola sarebbe eleganza.
E il vino, senza dubbio, il Menone.
Perché è quello che più di tutti ci rappresenta. Incarna il nostro spirito di vignaioli e l’essenza più autentica del Negroamaro. È un vino che non ha bisogno di maschere né di scorciatoie: niente legno, nessun intervento che ne cambi il carattere. Riposa per quattro anni in vasche di cemento, lasciato libero di esprimersi per ciò che è.
E proprio in questa semplicità trova la sua forza: eleganza, equilibrio, piacevolezza, ma anche profondità e grande longevità.
È un vino sincero, identitario, che parla la lingua della nostra terra. E se dovessimo alzare il calice per celebrare questi cinquant’anni, vorremmo farlo con qualcosa che racconti esattamente chi siamo. Senza filtri. Proprio come il Menone.
Per noi è una responsabilità enorme, ma anche un privilegio.
Oggi viviamo in un mondo che corre veloce, dove tutto cambia in fretta e spesso si perde il legame con le proprie radici. La tecnologia aiuta, certo, ma rischia anche di far dimenticare da dove veniamo. Noi, invece, abbiamo scelto consapevolmente di andare un po’ controcorrente.
Non vogliamo essere solo produttori, ma artigiani. Persone che lavorano la terra con rispetto, che conoscono ogni filare, ogni stagione, ogni storia legata a questi luoghi.
Per questo sentiamo di essere custodi, prima ancora che imprenditori: custodi di un sapere antico, di gesti tramandati, di nomi, tradizioni e memorie che appartengono a Copertino e al suo territorio. Con il vino proviamo a tenere insieme tutto questo, a unire la cultura enologica con la cultura del luogo, perché per noi le due cose non possono esistere separate.
In fondo, ogni bottiglia non è solo vino: è un pezzo di storia che continua a vivere. E finché potremo raccontarla, il nostro territorio non smetterà mai di avere voce.
Le foto dei titolari dell'Azienda Marulli sono di Bruno Barillari
Azienda Marulli - Via Grottella, 155 - Copertino (LE). T: 0832932821