Innamorarsi del Salento: la storia della famiglia Cantele e della sua migrazione al contrario

Pubblicato il 27 dicembre 2021

Innamorarsi del Salento: la storia della famiglia Cantele e della sua migrazione al contrario

La fondazione dell’azienda agricola Cantele risale al 1979,ma per conoscere la storia d’amore che lega indissolubilmente questa famiglia al Salento bisogna tornare indietro di qualche decennio, quando Giovanni Battista, mercante di vini veneziano, durante un viaggio di lavoro a Imola, conobbe la donna della sua vita,Teresa Manara.

Il resto della storia ce la siamo fatta raccontare direttamente dal nipote dei capostipiti, Paolo Cantele, che rappresenta insieme al fratello Gianni e ai cugini Umberto e Luisa, la terza generazione della famiglia leccese.

Ormai il cognome Cantele, nonostante abbia origini venete, è collegato alla Puglia. Quand’è che tuo nonno decise di trasferirsi in Salento e per quale motivo?
Durante uno dei suoi viaggi in Salento, meta privilegiata per la selezione di buoni vini sfusi da taglio, da proporre ai suoi clienti in diverse aree del nostro Paese, portò con sé sua moglie Teresa Manara. Ricordo il racconto della nonna: fu una folgorazione per questa terra meravigliosa. E per Giambattista, che aveva intuito il potenziale del terroir e dei suoi vitigni autoctoni, non fu difficile ottenere il suo appoggio nella scelta di dare ai loro figli un futuro pugliese. Fu una inusuale migrazione al contrario. In un periodo storico nel quale il sud Italia si spopolava a causa della maggiore offerta di opportunità di lavoro nel nord, 2 visionari sognatori con i loro figli attraversavano l’Italia a bordo di una FIAT Topolino, correndo verso sud con un bagaglio di speranze e progetti vitivinicoli.

All’epoca com’erano i vini pugliesi?
Considera che in quegli anni le denominazioni di origine non erano ancora state neppure pensate, per cui era normale assemblare vini di provenienza diversa. E la Puglia in particolare è stata per molto tempo un polmone di vini sfusi capaci, grazie alla struttura, alla vivacità di colore e all’alcolicità, di dare maggiore “ciccia” ai vini di altre regioni d’Italia e della Francia.
Insomma, c’erano enormi potenzialità, i tempi non erano ancora maturi ma grazie a questi presupposti il Salento ha lentamente imboccato la strada delle produzioni di qualità.

Da un lato, però, è vero che in Puglia esistono ottimi vini a prezzi accessibili...
La Puglia è una regione molto grande, con aree di produzione molto diverse fra di loro. Produciamo 9-10 milioni di ettolitri ogni anno, forse ancora troppi come vino da tavola, ma c’è una ampia produzione di vini a IGP e DOP con ottimo rapporto qualità/prezzo che consentono alle nostre imprese di essere competitive sui mercati internazionali. Ma il lato più avvincente di questa situazione è la crescita della quota di vini premium che sono il segnale di una sempre maggiore attenzione da parte della fascia di consumatori preparati e disposti a spendere di più, a patto di avere vera qualità e vini capaci di emozionare. E noi, da sempre, abbiamo l’ambizione di riuscire a centrare questo obiettivo.



La nascita della Cantina per opera di tuo nonno, tuo padre Augusto e tuo zio Domenico, dicevamo, risale al 1979, mettendo a frutto le loro diverse esperienze professionali nel mondo del vino.
Esatto. Il nonno portava in dote cinquanta anni di esperienza e conoscenza del commercio vitivinicolo, Nico la sua competenza nella gestione finanziaria e fiscale delle imprese, mio padre Augusto un percorso di studi presso la scuola enologica più prestigiosa del tempo, quella di Conegliano Veneto, e diverse esperienze maturate in cantine del nord Italia e salentine. L’imprinting nordico nella formazione di papà è stato determinante rispetto alla sua particolare sensibilità nella vinificazione dei vini bianchi, ai quali è sempre riuscito a dare una cifra stilistica inconfondibile. Pensa che negli anni ‘90, paradossalmente, eravamo conosciuti più per i vini bianchi che per i rossi, che oggi sono il core business dell’azienda.

Augusto fu il primo enologo a vinificare lo chardonnay fermentandolo (e non solo affinandolo) in barriques. Cosa significa?
Il processo di fermentazione in legno– all’epoca un’idea totalmente innovativa nella nostra regione – dona una struttura e una complessità totalmente differenti al vino. Se l’affinamento nei legni permette di dare armonia e ricomporre vini scomposti, fermentare negli stessi legni significa ottenere una perfetta integrazione delle varie componenti. Un’operazione complessa, che però ha il merito di conferire quelle note boise del rovere francese alle caratteristiche varietali del vitigno, in questo caso dello chardonnay. Rif. Teresa Manara.



L’azienda oggi. Snoccioliamo qualche numero: quante bottiglie producete e quanti gli ettari?
Oggi la nostra cantina, con sede a Guagnano, produce 1 milione e mezzo di bottiglie, potendo contare su circa 50 ettari di proprietà e altri 100 in conduzione, dislocati tutti nel nord Salento, tra Lecce ed il confine con la provincia di Brindisi. Abbiamo iniziato acquistando le uve, da oltre 30 anni più o meno dagli stessi viticoltori che sono cresciuti con noi, grazie anche ad un costante supporto tecnico. Possiamo contare infatti sull’esperienza, la competenza e la professionalità di Cataldo Ferrari, uno dei migliori agronomi di Puglia, che segue con passione anche i nostri vigneti, sui quali abbiamo iniziato ad investire all’inizio del nuovo millennio. Tutto questo ci dà garanzia di altissimi standard qualitativi e, compatibilmente con il fatto che siamo sempre sotto il cielo, una rassicurante costanza qualitativa di produzione.

Tutti vitigni autoctoni tranne lo Chardonnay. È corretto?
Sì. Il bello dello chardonnay, che tra l’altro è uno dei vini più bevuti e apprezzati al mondo, è che assume diverse caratteristiche e personalità in base al suolo, al clima e al terroir che lo ospita. E il nostro Salento ci permette di fare un prodotto eccezionale. Tra gli altri lavoriamo con la malvasia bianca e la verdeca, mentre per i vini a bacca nera con il primitivo, il negroamaro e il susumaniello. Ne risultano due vini fatti con uve primitivo e 7 con negroamaro, di cui 4 rossi e 2 rosati.
E questo grazie alla bravura dell’enologo, mio fratello Gianni, che riesce a dare a ciascun vino un’impronta identitaria, ma diversa. Ogni etichetta ha una sua personalità, ma tutte sono accomunate da eleganza, finezza e piacevolezza di beva.



Abbiamo parlato di bianchi, di rossi e di rosati. Ma di bollicine?
Nel 2012 abbiamo iniziato a spumantizzare un negroamaro rosato, chiamato Rohesia Si tratta di un metodo classico pas dosè, che matura per 60 mesi sui lieviti prima della sboccatura
Un ottimo prodotto che è il risultato di innumerevoli studi e prove, ma che cercheremo di affinare ancora di più. L’arte della spumantizzazione, del resto, è complessa e spinge tutti a costanti miglioramenti. Ad oggi ne produciamo circa 6mila bottiglie all’anno, ma l’obiettivo è di raddoppiare il numero.

Il vino al quale sei più legato?
Sono due: Il Teresa Manara, ovviamente, perché mi ricorda la nonna, che per me è stata un faro e un punto di riferimento, e l’Amativo, un vino fortemente cercato e voluto da papà Augusto nonché il simbolo del Salento. Papà è stato il primo ad utilizzare i due vitigni autoctoni salentini per antonomasia in blend, suscitando interesse e scalpore e allo stesso tempo dando vita a un vino iconico. La difficoltà di produrre l’Amativo sta nel fatto che tra le vendemmie dei due vitigni c’è un mese di differenza, per cui l’assemblaggio perfetto richiede un’attenzione e una competenza uniche. E inoltre sta anche nel trovare l’equilibrio tra la morbidezza del primitivo e il finale amaricante del negroamaro.
Il risultato? Un vino eccezionale, con un’entrata morbida, ma che poi rivela complessità e struttura in finale.
Il risultato? Un vino eccezionale, con un’entrata morbida, ma che poi rivela complessità e struttura in finale.

Qualche cenno sulla filosofia aziendale...
Lavoriamo con i principi della difesa integrata volontaria, minimizzando l’uso di principi attivi di sintesi, utilizzando il rame con oculatezza e privilegiando ogni possibile soluzione biotecnologica , cercando di ottenere il miglior risultato possibile in chiave di sostenibilità Ma la strada più sostenibile è quella delle pratiche agronomiche corrette. Una sfogliatura, nel momento opportuno, è meglio di qualsiasi altro intervento Allo stesso modo limitiamo quanto più possibile l’utilizzo dell’anidride solforosa, ben al di sotto anche dei limiti consentiti dal biologico. Per dirla in parole semplici, non c’è mai stata persona che abbia avuto il mal di testa bevendo i nostri vini.

Ricerca e sviluppo sono altre due parole chiave. So che annoverate collaborazioni con ISPA CNR – (Istituto Scienze delle produzioni alimentari) e la facoltà agraria. Ci racconti qualcosa?
Siamo stati partner in diversi progetti di ricerca per testare la possibilità di lavorare addirittura in assenza di solforosa, con esiti che si sono rivelati molto interessanti, soprattutto per il fatto che siamo riusciti a superare anche la naturale propensione dei lieviti selvaggi di produrre solfiti.
Un altro esperimento ci ha visti coinvolti nella selezione di un lievito dai nostri alberelli di negroamaro da utilizzare per le fermentazioni; il risultato è stato eccezionale e ha eliminato definitivamente le problematiche legate alle contaminazioni da Brett, che spesso conferisce deviazioni non piacevoli ai vini.

Quali sono i vostri mercati di riferimento?
In questi ultimi due anni di covid il mercato nazionale ci ha dato grande soddisfazione raggiungendo per la prima volta una percentuale pari a quella delle vendite nei mercati export. L’Europa rimane il mercato di riferimento così come quello degli USA. Paese asiatici in grande fermento e guardiamo sempre con grande interesse ciò che succede nell’Est Europa.



Progetti in cantiere?
Oltre al continuo e incessante lavoro per migliorare sempre più la qualità e la salubrità dei nostri vini, stiamo investendo sul turismo e sull’accoglienza. Dopo aver realizzato la nuova cantina, infatti, stiamo sviluppando percorsi enogastronomici e culturali volti a far conoscere il nostro territorio e i nostri vini in abbinamento ai piatti tipici salentini. Organizziamo visite guidate che partono dai vigneti, continuano in cantina e terminano a tavola: dal martedì al venerdì, in collaborazione con l’Orecchietta, pastificio e gastronomia di Guagnano, oltre al percorso di visita, proponiamo per pranzo menù di terra, mare o vegetariani in abbinamento ai nostri vini, con l’obiettivo di rendere gli ospiti parte integrante della nostra realtà e di respirarne pienamente la filosofia.

Hai un sogno nel cassetto?
Chiudere il cerchio dell’ospitalità e portando a termine uno dei sogni di mio padre: mettere a posto l’antica masseria al centro delle nostre vigne e farla diventare un punto di riferimento nella accoglienza vitivinicola pugliese. Ma avremo modo di parlarne al momento opportuno.

Cosa hai chiesto a Babbo Natale per il 2022 e con quale vino brindiamo ?
Il desiderio più grande, naturalmente, è che sparisca il Covid in maniera definitiva e che si possa tornare a una vita quanto più “normale” possibile. Il brindisi, invece, non può che essere con il nostro Rohesia metodo classico pas dose 60 mesi!

 

  • INTERVISTA
  • BERE BENE

scritto da:

Laura Sorlini

Vanta un’esperienza giornalistica competente e versatile maturata in anni di redazione. Appassionata di enogastronomia e turismo e sommelier, è alla continua ricerca di aspetti ed eventi da raccontare nelle rubriche che cura periodicamente per alcune delle più autorevoli riviste di settore.

POTREBBE INTERESSARTI:

La Top 10 dei migliori ristoranti per Forbes (a cui inviare lettere d'amore)

Lettere d'amore di Forbes ai ristoranti lodevoli ma in difficoltà. Ecco la Top 10. 3 sono italiani.

LEGGI.
×