Tra salti nel vuoto e competenza, Riccardo ci racconta l'amore per Bakehouse e per l'avocado toast

Pubblicato il 1 dicembre 2021

Tra salti nel vuoto e competenza, Riccardo ci racconta l'amore per Bakehouse e per l'avocado toast

Quando incontro Riccardo mi accorgo subito di quanto sia un fiume in piena, appena inizia a parlare del suo Bakehouse Bakery and Coffee beh, non conosce alcun freno.

Riccardo è ricco di idee e progetti, ma è anche competente e sa che la strada del successo è lastricata di ostacoli che necessitano tempo e forze per esser superati. È però anche consapevole delle sue responsabilità, le accoglie e le sfida come solo un venticinquenne può fare: con molta preparazione e qualche salto nel vuoto. “Iniziamo alla grande”, mi dico.

Riccardo, ce lo racconti questo tuo Bakehouse Bakery and Coffee? Come nasce, che idea c’è dietro?


Prima di raccontarti come nasce Bakehouse devo spiegarti come nasco io, come nasco professionalmente ovvio. Ero un giovane adolescente che come tanti alla mia età voleva solo andare un po’ contro ai genitori, ribellarsi come, hai presente? Così ho deciso che non avrei mai lavorato nel panificio di famiglia, ma che anzi, avrei studiato all’Istituto Alberghiero sì, ma sezione turismo; obiettivo finale: andare all’estero. Come potrai immaginare poi la vita non sempre ti permette di scegliere proprio tutte le tue strade e alla fine sono finito ad aiutare il panificio di famiglia e, come se non bastasse, mi sono innamorato di questo lavoro. Ero curioso e attento, ho fatto tesoro di quel periodo che mi è servito per imparare un mestiere e per capire verso cosa volevo andare, così è arrivato Bakehouse. All’inizio non è stato semplice spiegarlo alla mia famiglia, farmi appoggiare e soprattutto supportare; ora mamma è in cucina qui e sforna dei dolci che sono incredibili.

Quindi possiamo chiamare Bakehouse un panificio 2.0?

Beh, sicuramente l’idea iniziale era questa diciamo. Noi siamo nel mondo della panificazione da sempre, volevo continuare questo filone tant’è che ho voluto “Bakery” nel nome, per rappresentare una sorta di prodotti fatti in casa, un modo di lavorare che appartiene alla mia famiglia da molto tempo. Oggi però non è più così, non siamo un panificio e ci va benissimo così: abbiamo creato una nuova identità, un locale che ha radici profonde ma un modo di lavorare completamente innovativo. Mi piace pensare a Bakehouse come una cucina giovane, creata, formata e pensata per i giovani e perché no, un locale che riesca a fare tendenza.

Tendenza? Spiegati meglio


Sai quando ho pensato questo locale, ma anche successivamente quando ho aperto; ho impostato tutto per rivolgermi ad una clientela giovanile, quella clientela che non solo sceglie di mangiare bene, ma anche di mangiare “bello” in un posto che funziona e che piace. Ecco perché da subito abbiamo scelto di realizzare piatti che riuscissero a far tendenza: un po’ perché studiati nelle loro composizioni, un po’ perché belli da matti. Insomma, io non sto in cucina sai, io tiro fuori tutto quello che c’è di nuovo in giro e assieme ai ragazzi in cucina lo ripropongo qui al locale. Il risultato? Un piatto che non devi spiegare, perché i giovani d’oggi sono sempre molto attenti a ciò che accade fuori dalla finestra, ed ecco perché io glielo do.

E ci sei riuscito? In questa impresa di creare tendenza, ma anche convogliare molti giovani verso il tuo locale?


Assolutamente sì, e non potremmo esser più felici. Pensavo ci sarebbe voluto più tempo e invece fin da subito il concept del locale non solo è stato capito, ma è anche piaciuto alla grande. La cosa che mi fa più piacere è vedere gruppi di ragazzi che fino a prima mai avrebbero pensato di spostarsi fuori dal centro di Padova per fare un aperitivo o un pranzo, e invece... Sono felice anche che questo sia divenuto un punto di incontro per gli abitanti della zona che spesso vengono a bere il caffè al mattino o a mangiare una fetta di torta per merenda; è bello che questo posto nonostante sia molto giovanile attiri anche differenti generazioni.

Una clientela giovane, per un team giovanissimo. Sbaglio?

No, anzi. Qui dopo mia mamma il più grande sono io (e ne ho 25 di anni eh). Oltre a noi i ragazzi del team sono tutti più giovani quindi direi che altro che “under30” qui siamo quasi “under 25”.

Una scelta questa, o un caso?


No no, una scelta studiata e voluta per la quale mi batterò sempre. Sai, lavorare con un giovane, ancor più se giovanissimo è molto difficile perché ti fa interfacciare con collaboratori che magari stanno ancora studiando, magari non sanno ancora bene cosa fare, magari invece vogliono solo fare un’esperienza diversa. Capita spesso infatti che molti mi dicano di punto in bianco “vado via perché devo fare altro”, e lo capisco, fa parte del gioco. Ma quello che un giovane ti riesce a dare in cambio a mio parere è impareggiabile: noi giovani abbiamo una curiosità, una forza, una voglia di fare e di credere che è superiore a chiunque. Ecco perché ogni volta che cerco una nuova figura qui non chiedo mai esperienza, perché credo moltissimo che questa arrivi facendo. Ed ecco perché per me la parte più importante di un team che funziona è quello di una formazione attenta e sempre costante. I giovani sono una risorsa, spesso anche solo attraverso lo scambio con loro mi rendo conto di aver conosciuto un nuovo piatto, un nuovo locale, una nuova idea.

Bakehouse è molte cose, ma di fatto è la patria del brunch – che vi ha un po’ consacrato e fatto conoscere ai più – ma ci racconti il tuo brunch perfetto?


Avocado toast classico (o la versione vegana per quando voglio un po’ variare, è buonissima!), bagel con philadelphia, crema di avocado e salmone affumicato e per finire un brownie al cioccolato che qui è la fine del mondo. Ah, un caffè rigorosamente espresso.

  • GLI ADDETTI AI LAVORI

scritto da:

Anna Iraci

Nata a Padova qualche anno fa, appassionata di film gialli e pizza diavola, meglio se assieme. Giocatrice di pallavolo nel tempo libero e, nel restante, campionessa di pisolini. Saltuariamente (anche) studentessa. Da grande voglio scrivere, ma siccome essere grande è una rottura, intanto bevo Gin&Tonic. Con il Tanqueray però.

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