«Ha mangiatu?» La più autentica espressione d’amore a Lecce è al Ristoro dei templari
Pubblicato il 4 maggio 2026 alle 10:00
Anni fa, a Lecce, trovare un posto dove mangiare davvero cucina tipica salentina richiedeva pazienza, conoscenza e qualche indirizzo giusto spifferato nel passaparola. Bruno conosceva bene quella mancanza. Veniva da tutt’altro mondo, quello della vita notturna di Gallipoli, locali aperti fino all’alba, ritmi completamente diversi. Poi, a un certo punto, fa una scelta: portare la magia della cucina di casa sua, quella vera, preparata dalle sapienti mani di sua madre, nel centro della città. Nasce così quella che per lui rappresentava una scommessa, nasce: Il Ristoro dei Templari.
Dentro, tutto ruota attorno a una figura precisa: Maria Grazia per tutti Mary, la sua mamma. In cucina c’è lei, ogni giorno. Le mani che impastano, che preparano, che assaggiano, che regolano e che insegnano ad uno staff di appassionati che nel tempo è diventata una famiglia che non ha mai abbandonato quelle mura. La pasta nasce lì, le carni vengono lavorate in loco, le verdure seguono il ritmo della stagione e del mercato. Una cucina che segue la stagionalità, che si muove su quello che arriva ogni giorno e su ciò che si decide di cucinare nel rispetto della tradizione.
Qui ogni piatto racconta qualcosa di unico che nel tempo si tramanda ma si mantiene: le braciole al sugo, quelle cotte lentamente, che sanno di domenica. Gli involtini, i legumi, le verdure ripassate. E poi la carne di cavallo, che qui trova una sua identità precisa, lavorata con attenzione, anche nei tagli meno consueti come: il diaframma, le tracche, il quinto quarto. Una scelta chiara che racconta di una passione, quella per il cibo buono, tradizionale, dal profumo che fa venire l’aquolina in bocca. C’è un piatto che più di tutti restituisce il senso di questo posto e si chiama Santo Graal: orecchiette e maccheroncini fatti a mano, con grano Senatore Cappelli, conditi con sugo di capocollo, braciole, melanzane fritte e cacio e ricotta. Arriva in pentola, al centro del tavolo. Si condivide. Dentro c’è tutto: primo, secondo, memoria, abbondanza. Un modo di stare insieme prima ancora che di mangiare. L’abbondanza, qui, ha un significato preciso coerente con l'imprinting del ristorante. I piatti sono pieni, generosi, come quelli che prepararebbe una mamma ai suoi figli, costruiti per saziare davvero. Dopo la domanda di rito: «Ha mangiatu?» il modo più bello e intenso di dimostrare l'amore ai propri figli, nipoti, findazati...
Anche il fritto segue questa linea: polpette, crocchette, arancini, melanzane tagliate sottili. Tutto fatto in casa, ogni giorno. E quando qualcosa finisce, finisce. Perché si lavora su ciò che c’è, senza accumulare, senza forzare. Le verdure hanno uno spazio importante come in tutta la tradizione salentina. Rape, cicorie, paparine quando la stagione lo permette. Piatti che cambiano continuamente, insieme alle disponibilità del giorno. I legumi entrano nelle zuppe, nelle versioni che ogni paese del Salento ha sempre interpretato a modo suo. Qui prendono forma in preparazioni che seguono l’istinto e la materia prima.
Pizza senza fronzoli
Accanto alla cucina, la pizzeria. Anche lì una scelta netta. La pizza è grande, sottile, carica di ingredienti. Una pizza che ricorda un’altra epoca, lontana dalle versioni più contemporanee. Qualcuno la divide, qualcuno la porta via, qualcuno torna proprio per quella. L’impasto resta essenziale: acqua, farina, lievito madre, lunghe lievitazioni che arrivano anche a settantadue ore.
Le preparazioni di Mary diventano un’etichetta
Si chiama “Mani di Mamma”, il piccolo marchio dedicato alla pasta e ai dolci presenti sugli scaffali del ristorante e nasce così: produzione limitata, lavorazioni curate, tempi lenti. Nulla che rincorra numeri o espansioni veloci. Solo il desiderio di fare bene ciò che si sa fare. L'etichetta racchiude pasta fresca e dolci tipici prodotti in piccole quantità, con lavorazioni divise tra tradizione ed essiccazione. La produzione è limitata, ciclica. I dolci — fichi al cioccolato, scorze d’arancia, cupeta, sospiri — e la pasta raccontano lo stesso approccio del ristorante: artigianalità, tempi lenti e attenzione al dettaglio. Un modo per dare continuità a un sapere familiare e condividerlo anche fuori dal locale, senza trasformarlo in qualcosa di industriale.
Una storia fatta di persone
Il personale del Ristoro dei Templari è lo stesso da anni, cresciuto insieme al locale. Un gruppo che ha imparato a muoversi come una famiglia, con equilibri costruiti nel tempo. Quando qualcuno entra a lavorare, trova un ambiente che richiede presenza, rispetto, partecipazione. Guardando indietro, quella scommessa iniziale assume un valore preciso. In un momento in cui la ristorazione seguiva altre strade, Il Ristoro dei Templari ha scelto di tornare alle radici. Di riportare al centro una cucina che apparteneva alle case, alle famiglie, ai gesti quotidiani. Oggi quel gesto continua. Sta in una pentola che arriva al tavolo, in un piatto che cambia ogni giorno, in una cucina che parla ancora la lingua di chi l’ha vissuta davvero.