La trasformazione del cibo in emozione : l'Alchimista bistrot e mescole

Pubblicato il: 2 aprile 2019

La trasformazione del cibo in emozione : l'Alchimista bistrot e mescole

Nella bellissima cornice di  Castelfranco Veneto si trova un locale che affascina già dal nome: Alchimista bistrot e mescole.
Ne avevo sentito parlare da tempo e quando si è presentata l’opportunità di andarci insieme a 2night ne sono stata veramente lieta.
Con il termine “alchimista” si intende colui che in epoca antica approfondiva gli studi con l’intento di raggiungere il massimo della conoscenza in tutti i campi della scienza, creare la panacea universale e la trasmutazione delle sostanze. Tutto questo si avvicina tantissimo a Simone Baggio, il proprietario dell’Alchimista, che ha saputo regalarci una vera e propria esperienza culinaria. Sono rimasta colpita dalla cura e dalla grande conoscenza storica del suo locale, a partire dalle stesse mura sulle quali si erge, nell'antico palazzo Spinelli-Guidozzi.


Il locale è strutturato in 3 sale dagli stili diversi le une dalle altre, ma con dei dettagli che li legano tra loro, dalle stesse ampolle che ricordano un po’ gli esperimenti degli scienziati d’un tempo, ora trasformati in portafiori.
La prima sala, la zona bistrot, è calda ed accogliente, i toni scuri del soffitto e delle poltrone, si uniscono alla luce che proviene dagli oltre 700 liquori esposti al banco, unico locale in tutto il Veneto ad averne una selezione così vasta. La seconda sala dove abbiamo cenato ci circonda di bottiglie di vino e sakè, d’estate il soffitto si apre per lasciar passare la luce delle stelle e crearne un fascino ancora più magico. La terza sala al piano rialzato può risultare più formale, dai toni bianchi e verdi, si può trascorrere una serata diversa da dove si decide di accomodarsi: dalla coppia che desidera trascorrere una cena romantica, oppure una cena allegra con un gruppo di amici, fino al giovane che viene per bere “l’ultimo”.


Fate inoltre caso ad ogni singolo oggetto d'arredo dell’Alchimista, troverete una vecchia macchina da cucire di proprietà della nonna di Simone che la usava per rammendare i vestiti e le stesse sedie del bancone sono state ricreate da dei pezzi di sedili di vecchi macchinari agricoli.
Mi ha commosso molto vedere come da dei normalissimi oggetti di uso comune e familiare, si abbia trovato loro un posto nel locale, è come se fossero sempre stati lì.


Il menù si basa principalmente sul food pairing, l’associazione cioè di due o più alimenti a seconda del loro composto molecolare, nonché aromatico. In questo caso il menù abbina ad ogni piatto un mescole o sakè, tramutando la vostra cena in un viaggio extrasensioriale. Del sakè ne conoscevo le caratteristiche e la provenienza a grandi linee, ma Simone che fa parte dell’associazione internazionale sommelier del sakè, ci ha illuminato su questa antichissima bevanda del Sol Levante.
Noi come aperitivo abbiamo provato un shochu, distillato di patata dolce con mirtillo pestato, una prelibatezza, ho difficoltà a parole a trasmettere cosa hanno provato le mie papille gustative, vi invito a provarlo voi stessi.


Come primo piatto abbiamo ordinato la tartare dell’Alchimista, con carne di fassona “Omegalleva”, burro e crostini di pane. Una delle migliori tartare che io abbia mai mangiato.


Un piatto che vi invoglierà anche solo dall'immagine è il sushi burger. L’occhio vuole la sua parte e devo ammettere che esteticamente questo japanese tartare sushi con wagyu-ka, di vero manzo giapponese, mela disidratata, composta di scalogno, bun di riso, è stata un'esplosione di sapori.


Come ultimo piatto abbiamo ordinato i gamberoni in scodella di fuoco, con kefir e platano maturo fritto. La frittura era perfetta e non copriva affatto il gusto del gambero, accompagnato dal kefir che ne dava un contrasto leggermente acidulo e gustoso.
Se la carne è proveniente dal Giappone, gli ortaggi sono a km 0, perché l’Alchimista ha un suo orto personale dove coltiva tutti i prodotti di stagione che poi porta nei suoi piatti.


Per concludere queste splendida cena abbiamo ordinato un dessert, un cannolo di pasta fritta con ricotta di pecora. La pasta leggermente più grossa ma simile a quella kataifi, mi ha ricordato molto il mio viaggio in Israele di un anno fa e la cucina mediorentale.


Innovazione, questo è il termine che mi sento di utilizzare uscita da questo splendido locale, perchè ha portato nel nostro territorio qualcosa di unico pur mantenendo vivi i sapori della nostra terra, una vera e propria food experience.

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scritto da:

Rubina Giacomello

Avete presente quegli amici che nei locali vi imbarazzano perché fotografano qualsiasi piatto arrivi a tavola cercando anche la giusta angolazione? Sono io. Ricercatrice di Angoli Ghiotti in Veneto, assaggiatrice per passione, non per niente mi chiamano La Ghiottona.

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