I 45 anni del Bamboo, il bar che è diventato la casa dei leccesi
Pubblicato il 29 aprile 2026 alle 10:00
Non esiste un leccese che non conosca il Bamboo, una vera istituzione in città che ha accompagnato generazioni intere, ha visto nascere e morire amori, cambiare i tempi, ha accolto nuove vite, nuovi volti, nuovi inizi e a volte, salutato persone che non ci sono più. Un luogo che da 45 anni, esiste e resiste, attraversando le epoche, trasformandosi senza mai tradirsi. Quasi mezzo secolo è un traguardo, ma anche la misura del tempo vissuto insieme a una città intera.
Apre nel maggio del 1981 in una Lecce diversa. I bar sono essenziali, quasi austeri: un caffè, una brioche, al massimo qualche oliva chiesta con discrezione. Non c’è l’idea dello stare, del fermarsi. Non c’è l’aperitivo come lo intendiamo oggi. Eppure, è proprio da questa assenza che nasce tutto. I fondatori Tommaso e Luana arrivano da un’altra esperienza vissuta a Bolzano e portano con sé uno sguardo diverso. Non cercano di replicare ciò che già esiste: osservano, capiscono, e poi fanno una cosa semplice e radicale insieme: cambiano le regole, vanno controcorrente.
Cominciano con poco: del pane, qualche farcitura, un’idea di accoglienza più generosa. Tagliano baguette in rondelle con salumi, formaggi, verdure, le scaldano, le riempiono con quello che c’è e con quello che inventano. Una novità assoluta per l’epoca. Accanto ai drink compaiono patatine, olive, grissini e la loro mitica e irrinunciabile salsa rosa. La risposta arriva subito. Nel giro di pochi mesi il Bamboo si riempie. La gente non lo frequenta più solo per bere: ma per restare, per trascorrere del tempo. È così che, senza saperlo, nasce uno dei primi aperitivi “ricchi” della città. Apericena diremmo oggi. Una sorta di all you can eat dei primi anni ’80. Una formula che oggi diamo per scontata, ma che allora è stata rivoluzionaria. Un vassoio che si riempie, poi un altro, poi qualcosa di caldo. Panini, tramezzini, focacce, piadine. Un aperitivo che diventa un’esperienza.
E intanto negli anni il Bamboo cresce. Cresce insieme a chi lo ha creato, insieme a Luana, presenza fondamentale, instancabile, capace di tenere insieme lavoro e vita. Cresce con i figli, che passano dall’essere bambini nei passeggini dietro il bancone a parte di quella storia. Cresce con uno staff che nel tempo diventa famiglia. Perché, a pensarci bene, il segreto non è mai stato solo nel cibo ma nella presenza. Nel fatto che chi entra sa che troverà sempre qualcuno ad accoglierlo, sempre gli stessi volti, quella continuità che oggi è sempre più rara. È un rapporto costruito giorno dopo giorno, fatto di fiducia, di abitudini, di racconti.
Negli anni del grande successo, tra gli ’80 e i ’90, Tommaso racconta come il Bamboo sia diventato un punto di ritrovo così affollato da sfiorare l’eccesso. Centinaia di persone fuori, un’energia difficile da contenere. A un certo punto, per respirare, hanno sentito la necessità di fermarsi, molti ricorderanno infatti la chiusura per due lunghissime settimane del luogo più frequentato della città. Un modo di cambiare il ritmo e ritrovare equilibrio. Una scelta necessaria per sopravvivere e rimisurare la loro idea di lavoro ben fatto.
Come lo è stata negli anni più difficili, durante il Covid, quando l’asporto è diventata una soluzione per restare vivi senza perdere il legame con i clienti. Come lo è ogni giorno, nel decidere di non inseguire mode, di non snaturarsi.
Oggi il Bamboo è rimasto fedele a sé stesso, eppure è cambiato. L’aperitivo è diventato ancora più ricco, più attento: c’è chi è vegetariano, chi è intollerante, chi cerca qualcosa di leggero. E il Bamboo prova a rispondere a tutti, senza perdere la sua semplicità. Sul vassoio c’è un po’ di tutto: panini classici con cotto, mozzarella, insalata, pomodoro; crudo e mozzarella o brie e melanzane, farcito con il tacchino per la versione più “light”o tonno e pomodoro. E poi ci sono i più sfiziosi per gli avventori più giovani: paninetto con cotoletta, wurstel, salumi misti con formaggi, focaccia barese farcita, pizzette, piadine arrotolate, toast, baguette e sfilatini. Non c’è fritto, ma pane in tutte le sue forme, farine, sfizierie che saziano e raccontano una certa idea di convivialità. Un’idea concreta, accessibile, quotidiana. E poi c’è la cosa più difficile da spiegare: la memoria.
In quarantacinque anni, tra quei tavoli è passata Lecce intera. Ragazzi che sono diventati adulti, adulti che sono tornati con i figli. Storie felici e storie dolorose, incontri, abitudini, assenze. Un luogo che ha visto tutto, senza mai smettere di essere un punto fermo. È forse questo che rende il Bamboo qualcosa di più di un bar da 45 anni. Un luogo dove si torna insomma. Dove si viene riconosciuti. Dove il tempo, invece di scappare, sembra accumularsi. E quando chiediamo cosa aspettarci dai prossimi quarantacinque anni, la risposta non è un progetto, non è una strategia. È un sorriso: «continuare così. Restare».