10 espressioni salentine che ti sfido a tradurre in italiano

Pubblicato il 3 novembre 2021

10 espressioni salentine che ti sfido a tradurre in italiano

Ti ricordi quell’articolo, pubblicato un po’ di tempo fa, su 10 parole salentine intraducibili?
Ebbe un successo totalmente al di sopra delle aspettative, scatenando la fantasia degli utenti che volevano intervenire con le loro segnalazioni.

Ecco il motivo per cui ci siamo sempre ripromessi di ritornare sull’argomento, per rendere giustizia a un’altra top ten di espressioni dialettali che non potrebbero essere facilmente tradotte in italiano, se non andando per la tangente con lunghi - talvolta lunghissimi - giri di parole.

Il problema vero, ce lo possiamo dire, è che il dialetto salentino non esiste. Lasciamo un attimo da parte quella sfilza di film e fiction televisive ambientati in provincia di Lecce, in cui si continua ad utilizzare attori con cadenza barese o foggiana, non sapendo che non esistono lingue più distanti di queste, anche se sono territori tutto sommato vicini.

Mi riferisco proprio al fatto che questo lungo tacco dello stivale chiamato Salento presenta una molteplicità di rese fonetiche e linguistiche anche se ti sposti di pochi km, da un comune a quello confinante. Metti accanto un dialettofono puro di Schinzanu, uno di Tricase e uno “de bbasciu lu capu”: nel migliore dei casi, si capiranno per metà.

Allora vediamo insieme quali sono le dieci nuove proposte e cerchiamo di ricostruire il senso di queste espressioni che, se fosse possibile, faremmo inserire dall’Accademia della Crusca nella lista dei neologismi, dopo petaloso e tutti quei termini inglesi che usiamo senza nemmeno rendercene conto, perché noi salentini siamo gente generosa, ed è un vero peccato per la lingua italiana non poter esprimere questi concetti almeno nel parlato.

Sputa ca ‘ncoddha

Letteralmente “sputa che si incolla”, quando qualcosa che avevi previsto si verifica esattamente così, per filo e per segno, proprio come avevi detto tu.

In alternativa, si può usare quando compare all’improvviso una persona appena nominata. Una sorta di “lupus in fabula” o “parli del diavolo e spuntano le corna”, in versione salentina.

Photo by Arno Senoner on Unsplash

Tàccaru

Ciocco, ceppo, pezzo di legno. Ma mica bruscoletti, pare derivi addirittura dal germanico tak, che vuol dire ramo. Può essere usato anche in senso metaforico per indicare una persona particolarmente rigida nei modo e non particolarmente propensa a relazionarsi in modo empatico con gli altri.

Era buenu pe tie

Questo è un must della lingua salentina - perchè il dialetto è una lingua a tutti gli effetti anche se minoritaria, con tanto di regole grammaticali proprie - ed è una delle espressioni che, se tradotte in italiano, rendono meno l’idea. Letteralmente “sarebbe buono per te” ovvero “magari fosse vero quello che dici”. Ma nessuna di queste versioni rende giustizia all’enfasi e alla mimica con cui si può pronunciare un sonoro “era bbuenu pe ttìe!

Oimmena

Esclamazione, utilizzata nelle conversazioni quotidiane come il sale nella pasta (e spesso anche di più). È un intercalare che possiamo accostare a “oh mamma mia” ma esprime il giusto mix di dissenso, fastidio, preoccupazione o noia. La proporzione tra questi ingredienti è molto soggettiva e cambia in base al contesto.

Photo by Oliver Schaumann on Unsplash

Addhuveddhri

Presente in innumerevoli varianti, che vanno da Adduiedhri o Adduieddhri segnalato nei pressi di Lecce città al tricasino Addhuveddhri o ancora Addò ieddhri, indicato da Leverano con il significato di “in nessun dove, da nessuna parte”.

Scarcagnùlu

Detto anche laurieddhu, moniceddru, carcaluru o scazzamurieddru, è una sorta di leggendario folletto che, secondo la tradizione, si ‘nchiumma (fissa saldamente) in piena notte sulla pancia della malcapitata persona addormentata a cui decide di fare visita. È un esserino provvisto di cappellino, brutto e peloso ma, soprattutto, molto dispettoso.

Questo stesso termine può essere però usato per indicare una piccola tromba d’aria.

Agnàsciu

Termine folcloristico e anche molto utilizzato, è esattamente il contrario di addhuveddhri, perchè viene impiegato per indicare qualcosa che è presente ovunque, ma proprio dappertutto.

Photo by Maria Hadzhipetkova on Unsplash

Stampagnare

È una parola davvero onomatopeica, che personalmente adoro, e serve per indicare qualcosa (o qualcuno) che urta violentemente contro una superficie. Avete presenti quelle puntate di Tom e Jerry, quando il topolino scappa di colpo nella sua tana e Tom si ritrova un tutt’uno con il muro? Ecco, si è stampagnato.

Prendere ìgghiu

Ricordo l’adolescenza, quando capitava con alcuni amici di diventare prede di un improvviso attacco di ridarella senza senso, e non c’era modo di liberarsene prima di aver fatto almeno 5 o 6 magre, magrissime figure con chi passava nelle vicinanze. Prendere igghiu, o igghiare, è proprio questo.

Pocca

Variante di “ca certu” o “k’allorah”, forse addirittura di derivazione latina, significa “certamente, perché no, è vero”. Ma in ogni caso, nessuna traduzione rende giustizia a questo termine secco e sfrontato.


*Cover photo by Mathilde Ro on Unsplash

  • VITA DI QUARTIERE

scritto da:

Grazia Licheri

Le parole sono gocce che muovono il mondo. Per questo vivo ogni giorno le mie emozioni e lascio che prendano forma attraverso la scrittura. Amo comunicarle agli altri attraverso racconti e articoli creativi, ma soprattutto… amo la musica e il buon cibo.

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